In ricordo di Don Aldo

 (di Andrea Nascimbeni)
 
 
Le lacrime ormai non si contengono a Sambe. Dopo Don Pietro, a soli sei mesi,
Don Aldo. Cordoglio unanime ha suscitato la notizia della scomparsa improvvisa di
Don Aldo Rivoltella, salesiano, Parroco indimenticato e indimenticabile di San
Benedetto, a Ferrara dal 1992 al 2001. Mi sembra – ma sarei lieto di essere smentito
- che la stampa ferrarese abbia sostanzialmente passato sotto silenzio il fatto,
nonostante don Rivoltella fosse molto conosciuto in città, non solo come fautore della
rinascita del tempio di San Benedetto, del rilancio del complesso edilizio facente capo
all’Oratorio, Centro Giovanile - pensato, progettato e voluto da don Aldo - una
struttura polivalente, grande ben oltre i confini angusti della “parrocchia” intesa in
modo miope, e nata come servizio alla città e alla Diocesi. In questa veste, è stato
successore degnissimo di Don Vasco Tassinari.
Questa morte, paradossalmente, capita proprio mentre si spendono fiumi di
parole sull’incendio (doloso?) che ha distrutto il 15 giugno il tempio che fu
benedettino e rossettiano e sulla volontà di riportarlo quanto prima ad essere fruibile,
col decoro che si addice alla ‘casa di Dio’, così com’era, con l’organo dei fratelli Ruffatti
proveniente dal Santuario della Beata Vergine di San Luca.
Don Rivoltella è stato artefice di tutto questo ma non solo: la città dovrebbe
ricordarlo anche per aver curato su Telestense il commento al Vangelo domenicale,
rivelando doti di comunicatore di vaglia nonostante il timbro di voce rauco, convinto e
convincente, uno che la catechesi ce l’aveva inscritta nel proprio DNA.
Come ogni religioso, un salesiano che arriva nel luogo di destinazione è
sconosciuto ai più: eppure porta con sé la storia della propria vocazione, le case in cui
ha vissuto, le anime incontrate e che reca nel cuore, oltre al bagaglio di studi
conseguiti. La scheda di Don Aldo è zeppa di tappe, di date di numeri, anche se,
quando parla, ciò che tace è più di ciò che dice. Eppure, se stiamo alla cronaca
salesiana, scopriamo che Aldo, nato a Treviglio (BG) l’11/6/1939 frequenta l’oratorio
locale e qui matura – Don De Ponti c’era e può testimoniarlo – il desiderio di farsi
salesiano, uno di quei “pazzi” seguaci di San Giovanni Bosco che hanno la “mania”
dell’apostolato tra i giovani: quelli, per i quali l’educazione è cosa del cuore e Dio solo
ne possiede la chiave eppure si spendono volentieri e senza riserve in un’impresa che
ha dell’incredibile. Oggi come allora - ma per ragioni diverse - i salesiani hanno quale
carisma l’educazione dei giovani: ai tempi del loro fondatore, in un’Italia appena unita,
in piena rivoluzione industriale, quando la chiave della sopravvivenza era “ se sai, sei”,
Don Bosco aveva creato l’Oratorio perché in esso i ragazzi trovassero un ambiente
sano da ogni punto di vista, educazione, istruzione, avviamento al lavoro, tutte cose
che le famiglie povere da cui provenivano, non potevano offrire. Oggi, in un mondo
globalizzato, in cui la ricchezza dei mezzi economici a disposizione non compensa la
povertà dovuta all’assenza dei valori, dove le “agenzie educative” esterne esautorano
la famiglia dell’autorità che le compete, instillano in modo suadente e deleterio valori
negativi, minando alla base l’assetto sociale, si avverte più che mai il bisogno di una
risposta educativa efficace. Il salesiano, traendo dal suo tesoro “cose nuove e cose
antiche ” ( Mt 13, 51), non si spaventa, sa che spesso Dio educa il suo popolo in
mezzo alle difficoltà, nel deserto apre una strada. Ma non lo fa in modo automatico,
ha bisogno di “collaboratori” secondo lo stile dell’Incarnazione: «Entrando nel mondo
Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta/ un corpo invece mi hai
preparato…Allora ho detto: Ecco, io vengo…per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr 10,
5,7). Ed ecco, in linea con questa, la risposta di don Aldo, in occasione della sua
professione perpetua, a Missaglia, il 15 agosto 1962: «Una sola cosa desidero
appassionatamente, salvarmi e salvare. Accetto perciò con entusiasmo tutto ciò che
meglio mi porta a questo fine e ripudio quanto me ne allontana». Con entusiasmo
accetta quanto i superiori decidono per lui: a Roma, dove consegue la licenza in
teologia al Pontificio Ateneo Salesiano nel 1968, lo stesso anno della ordinazione
sacerdotale a Chiari, il 4 gennaio; a Milano per la laurea in filosofia nel 1973. Con
questo “curriculum studiorum” affronta le tappe del cammino salesiano: a Chiari
1968-71, consigliere responsabile di studi e disciplina; a Bologna San Luca, incaricato
dell’Oratorio; ad Arese prima come Assistente di Oratorio dal 1977 all’86, poi come
Direttore Parroco dall’86 al ’92. A Ferrara arriva nel 1992 come Direttore e Parroco,
succedendo a Don Domenico Capuzzi. Porta la gioia e la voglia di fare. La Comunità di
Ferrara necessita dello slancio e dell’entusiasmo di cui Don Aldo è sovrabbondante: il
Vescovo lo esorta ad annunciare la Parola, ad insistere in ogni occasione “opportune
et inopportune”, ad ammonire ed esortare con magnanimità e con dottrina. Don Aldo
sarà fedele al mandato riedificando la Chiesa di Dio che è a San Benedetto non solo
nei suoi mattoni ma nelle “pietre vive” che sono i cristiani. La catechesi sarà uno dei
capisaldi dell’agire pastorale, tanto che la Diocesi lo costituirà consultore della
commissione apposita. L’impresa in cui si “butta” ha dell’incredibile: “completare” l’ala
della canonica con l’oratorio, e le sale didattiche, i campi per le attività sportive dopo
aver reso la chiesa splendida casa di preghiera. E bussa alle porte “che contano” per
avere i mezzi necessari per realizzare la grande opera. Quando intuiva che le cose
erano andate bene oltre ogni speranza, avvertiva l’intervento della Madonna e soleva
dire “Ci ha messo mano la signora Maria”.
Don Aldo ha fatto tutto questo senza essere un burocrate, senza tralasciare mai
il suo essere prete : come guida spirituale, dallo sguardo, dall’inflessione della voce,
sapeva comprendere nell’interlocutore quando qualcosa non andava ed invitava a
“vuotare il sacco”. Sapeva essere risoluto e tenero, franco e dolce : per i singoli,
come per la Comunità, ha incarnato bene la parola del profeta Osea «Io li traevo con
legami di bontà/ con vincoli di amore/ ero per loro/come chi solleva un bimbo alla sua
guancia» (Os 11, 4). Da Ferrara torna a Bologna dal 2001 al 2006, poi a San Marino,
dove, nel solco scelto dal Signore, invera la parola del Vangelo «Se il chicco di
frumento non cade nella terra e non muore, rimane da solo: se muore porta molto
frutto » (Gv 12,24). «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate
simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze per aprirgli subito
quando arriva e bussa» (Lc 12, 35-36). Don Aldo ha sentito il passo del Signore che
arrivava e, ancora prima che bussasse, gli ha aperto, ripetendoGli quanto aveva detto
il giorno della sua prima Messa: “Fiducia in Colui che mi ha chiamato, perché ha
voluto”. Dopo una settimana di passione si è arreso a Dio e “nella festa della Beata
Vergine del Rosario (7 ottobre), con la veste nuziale è approdato al banchetto del
Regno e all’abbraccio del Padre” (dall’omelia funebre dell’Ispettore Don Agostino
Sosio).

(15/10/2007)

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