Nei giorni scorsi la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito, a seguito del ricorso di una cittadina italiana, che l’esposizione del crocifisso in classe costituisce “una violazione al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione”. La decisione ha suscitato molte polemiche e ha riacceso un dibattito mai sopito.Anche nel Bresciano sono state numerose le prese di posizione  su un tema che già nel 2005 fece registrare un intervento di mons. Luciano Monari. Il Vescovo, allora alla guida della diocesi di Piacenza, stese per il  quotidiano “Libertà” un lungo intervento. A quattro anni di distanza le riflessioni di mons. Monari, pubblicate in  queste pagine,  contengono elementi di grande attualità e costituiscono un importante contributo per liberare il dibattito in corso da impostazioni ideologiche. Il testo è scaricabile dal sito www.diocesi.brescia.it

 

 

Dopo la sentenza della Corte europea

 

Il crocifisso: una presenza

che rispetta

 

di + Luciano Monari

 

Qualche mese fa (il testo è del 2005, ndr), quando scoppiò la polemica per il crocifisso in classe, una persona che stimo mi mandò una lettera esponendo il suo pensiero: si sentiva turbato perché un simbolo prezioso come il crocifisso, segno della fede e quindi di ciò che vi è di più intimo e prezioso nell’esistenza del credente, potesse essere “usato” come strumento ideologico, per propagandare una visione della vita. Nella lettera chiedeva anche il mio parere. Gli avevo promesso una risposta che ho sempre fatto fatica a formulare. Provo a farlo ora nel modo più chiaro.

L’interrogativo che più m’interessa è quello sul modo corretto di impostare il problema: qual è o quali sono le domande precise a cui cercare di rispondere? Se non c’è accordo su questo, le diverse posizioni si scontreranno tra loro col rischio che prevalga quella che ha più potere e non quella che ha più ragione. Dirò il modo in cui mi sembra non debba essere impostato il problema e quello che mi sembra essere, invece, il modo giusto.

Mi sembra anzitutto che il problema non debba essere impostato in modo generale: è lecito – giusto – conveniente esporre simboli religiosi (simboli di una religione) in edifici pubblici, frequentati per principio da tutti i cittadini? Rispondere a una simile domanda significa cercare di partire mentalmente da zero, dall’idea di una società ideale: in questa società ideale, aperta per definizione a tutti, i simboli dell’una o dell’altra religione avrebbero un posto accettabile? O sarebbe meglio usare simboli universali, che valgano per tutti (quelli delle virtù civiche, per intenderci)? O, ancora, sarebbe meglio non presentare nessun simbolo in modo che ciascuno, mentalmente e privatamente, riempia gli spazi coi simboli che esprimono la sua identità, la sua fede, i suoi desideri? Che questo non sia il modo corretto d’impostare il problema diventa manifesto se pensiamo che la risposta a questa domanda dovrebbe essere universale, quindi avere valore per tutti i tempi e tutti i luoghi, tutti i contesti culturali, religiosi, politici; dovrebbe valere per l’Italia ma anche per l’Arabia Saudita, per l’India, per l’Indonesia. Ma è possibile pensare una società nella quale il passato, le abitudini consolidate, le immagini della tradizione siano escluse dagli spazi della vita comune? Posto nei termini che abbiamo detto il quesito può essere teoricamente interessante ma non serve per risolvere il problema molto concreto che riguarda un simbolo concreto (il crocifisso), un paese preciso (l’Italia), un tempo particolare (oggi).

È giusto esporre il crocifisso nei luoghi pubblici?

Poniamo allora la domanda in modo concreto: è giusto oggi, in Italia, esporre il crocifisso nei luoghi pubblici, nelle aule scolastiche, nelle stanze d’ospedale, nelle aule dei tribunali? Il crocifisso è un simbolo religioso, uno dei simboli più efficaci della religione cristiana e certamente il più conosciuto e amato, almeno in Occidente. La presenza del crocifisso nell’arte è pervasiva: dall’arte medievale (il crocifisso di san Damiano), ai crocifissi rinascimentali (Masaccio), a quelli spagnoli del seicento (Velasquez) a quelli moderni. Se uno si muove nelle nostre città, s’incontra inevitabilmente con crocifissi: nelle numerose chiese, nelle collezioni d’arte e nei musei, addirittura come ornamento anche in contesti ben poco sacri. Come valutare questa presenza? Che senso ha avuto in passato l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici? E che cosa ha prodotto in coloro che hanno frequentato questi edifici? Quali riflessi ha avuto sulla vita sociale?

E qui, mi sembra, è necessario distinguere tra diversi tipi di edifici: da una parte gli uffici pubblici – tipo Posta, Uffici comunali o statali; poi i tribunali, gli ospedali, le aule scolastiche. La distinzione mi pare venga dal fatto che il significato del crocifisso non è lo stesso in questi luoghi diversi; e il suo impatto sulle persone che frequentano il luogo non è il medesimo.

Negli uffici pubblici mi sembra che il significato sia, generalmente, il riconoscimento dell’importanza profonda che la esperienza cristiana (di chiesa) ha avuto nella formazione della coscienza italiana. Esiste un articolo della Costituzione (l’ottavo) che riconosce e rispetta tutte le confessioni religiose; ma ne esiste anche uno (il settimo) che si riferisce in particolare alla Chiesa cattolica: segno che il rapporto della Chiesa cattolica con l’Italia ha un significato particolare a motivo, s’intende, della storia. Lo stato italiano non si considera certamente competente nel valutare il valore delle diverse confessioni religiose; ma può prendere atto dell’importanza che storicamente la Chiesa cattolica ha avuto nella formazione della comunità degli Italiani. Il crocifisso negli edifici pubblici dice semplicemente che gli Italiani, nella loro grande maggioranza, sono cattolici e riconoscono un legame particolare religioso con Gesù Cristo. Naturalmente questo portato della storia è in profonda evoluzione a motivo della crescente secolarizzazione, della molteplicità delle confessioni religiose che si fanno presenti sul nostro territorio attraverso l’immigrazione o, più in genere, la mobilità delle persone e la dimensione mondiale degli scambi. Ma fino ad oggi la stragrande maggioranza degli Italiani fa battezzare i propri figli e quindi riconosce di essere cattolica. La presenza del crocifisso negli edifici pubblici significa essenzialmente questo. È un fatto rispettoso della coscienza di tutti i cittadini? Credo di sì. In tutti gli edifici pubblici è esposto lo stemma della Repubblica: ruota dentata, ramo di quercia e ramo di alloro intrecciati. Ora, un edificio pubblico può essere frequentato da persone di convinzioni monarchiche senza che queste debbano sentire il simbolo della repubblica come lesivo della loro convinzione; semplicemente si trovano a vivere in una repubblica; semplicemente si trovano a vivere in una comunità dove il cristianesimo ha svolto un’azione determinante e mantiene una presenza molto ampia. Questo non costringe nessuno a essere repubblicano se vuole vivere in Italia, né lo costringe a essere cattolico. Non vedo obiezioni gravi; confesso, però, che il problema non mi scalda molto e non vedrei problemi se questo simbolo venisse tolto; sarebbe solo il segno di una secolarizzazione e di un pluralismo maggiori di quelli che c’erano in precedenza.


Nelle aule dei tribunali

Diverso è invece il significato del crocifisso nelle aule dei tribunali. Per spiegare quello che vorrei dire cito da una lezione di un eminente penalista, l’avv. Coppi: “Oggi è difficile trovare con la stessa frequenza (di un tempo) il crocifisso nelle aule e questo mi dispiace, e non da un punto di vista religioso (non faccio affatto questione del significato religioso del Cristo). Io penso (invece) che il Cristo nell’aula di giustizia ci stesse bene proprio perché esso è un simbolo che ricorda come anche un giusto possa essere condannato ad una pena, possa ricevere una condanna ingiusta e crudele. Penso che potesse essere considerato un simbolo di come il processo si possa risolvere spesso in una farsa, possa risolversi in un alibi utile per nascondere la prepotenza e la viltà del potere, la paura che il potere ha della verità. Sotto questo punto di vista quella piccola struttura, quella innocua struttura avrebbe potuto continuare a essere presente nella aule di giustizia.” Non dico che la percezione dell’avv. Coppi sia perfetta e universale, che tutti coloro che frequentano le aule dei tribunali ricevano dal simbolo del crocifisso il suo stesso messaggio; questa è problema empirico che va risolto con l’esame della realtà per vedere come stanno effettivamente le cose; per vedere, cioè, se quel valore simbolico che l’avv. Coppi percepisce è percepito in modo diffuso o no. Ma l’interessante è il tipo di riflessione. Non m’interrogo sul simbolo del crocifisso in sé ma sull’effetto che la presenza di questo simbolo ha in un luogo concreto. Tutto, naturalmente, dipende dalla percezione di coloro che frequentano quel luogo: nella fattispecie dai giudici, dai giurati, dagli avvocati, dagli imputati, dal pubblico. La domanda suona: se in un’aula di tribunale è presente un crocifisso, il corso del processo che vi viene celebrato è alterato? O è aiutato? Come dicevo, la risposta dipende dalla sensibilità delle persone. Se per loro il crocifisso è un simbolo ignorato, allora il problema nemmeno si pone; se invece è percepito, bisogna vedere come influisce sulla loro immaginazione, sui loro sentimenti e comportamenti. Il giudice è aiutato a giudicare bene o è spinto ad alterare il giudizio? L’avvocato a parlare con verità o a ingannare? L’imputato è aiutato a essere sincero con se stesso o a mentire? La risposta a queste domande non è astratta e universale ma concreta e particolare: riguarda noi, oggi, in Italia; e riguarda il crocifisso per noi, oggi, in Italia. Certo, si può dire che ci sono altri simboli che possono avere un significato simile. Se mettessimo, ad esempio, un quadro che illustri il processo a Socrate, anche in questo caso il messaggio sarebbe prezioso. Il motivo per cui si dice: il crocifisso sì, Socrate no o viceversa può derivare solo dall’analisi di ciò che in concreto Socrate o Gesù dicono o non dicono ai protagonisti di un processo.

Nelle camere d’ospedale

Per le camere d’ospedale il ragionamento dovrebbe procedere in modo simile. I crocifissi ci sono non per dire: siamo in un ospedale cristiano, qui comandano i cristiani. Il senso è piuttosto: il riferimento a Cristo, Figlio di Dio che è passato facendo del bene, guarendo i malati, perdonando i peccatori, che ha sofferto ed è morto per noi ha un significato prezioso per il lavoro di coloro che operano in questo ospedale (medici, infermieri, ausiliari, volontari, personale amministrativo) e per coloro che in questo ospedale sono curati (malati). Di fronte al crocifisso il medico, l’infermiere che curano i malati (se sono credenti) possono sapere e ricordare che non stanno facendo semplicemente un lavoro che ha esigenze tecniche ma stanno servendo la persona umana in uno dei servizi che le sono più necessari e quindi stanno rendendo culto a Dio. E, forse, possono trovare nel crocifisso una spinta a fare il loro lavoro al meglio, anche quando sono stanchi, anche quando il lavoro non è gratificante, anche quando debbono portare una pazienza eroica e incontrano critiche o incomprensioni. A loro volta i malati (se sono credenti) possono trovare nel crocifisso un motivo in più per portare il peso della malattia con coraggio, per ritrovare speranza, per guardare con fiducia il futuro anche nei momenti di avvilimento.

Insomma: i malati ci guadagnano o no se medici e infermieri hanno davanti ai loro occhi il crocifisso? La cura dei malati migliora o peggiora? E i malati trovano forza nella visione del crocifisso o vengono avviliti e turbati? Capisco la difficoltà che può venire a un mussulmano che trovi nella sua stanza un crocifisso. La difficoltà non viene dal simbolo in sé che può facilmente essere accettato. Se mi dovesse capitare di essere ricoverato in un ospedale indiano non mi farebbe gran problema vedere sulla parete un’immagine di Ganesh o di Vishnù; sarebbe semplicemente un ricordo che sono in India e, anzi, mi stimolerebbe a pregare con maggiore intensità il mio Dio. Il problema del mussulmano verso il crocifisso dipende dal fatto che, secondo il Corano, quello che è morto in croce non era il profeta Gesù ma qualcuno che ha preso il suo posto; il simbolo del crocifisso è per loro, proprio a motivo della loro fede nel Corano, semplicemente l’immagine di un morto; e si capisce che non sia gradevolissima da vedere. Ma credo che, in una faccenda come questa, debba valere la sensibilità della grande maggioranza. Che un italiano si senta cristiano o no, non c’è dubbio che egli riconosce nel crocifisso Gesù Cristo, simbolo della fede cristiana.


Nelle aule scolastiche

Più delicato, mi sembra, è il problema del crocifisso nelle aule scolastiche. L’aula scolastica è deputata all’insegnamento e, di fatto, l’insegnamento ha in Italia una valenza ideologica per cui il cristianesimo appare come una delle possibili “visioni del mondo” in opposizione e conflitto con le altre. Paradossalmente, se il crocifisso fosse interpretato come simbolo religioso, non ci sarebbero soverchi problemi: chi è ateo lo guarderebbe con lo stesso distacco con cui un monarchico guarda il simbolo della Repubblica e tutto sarebbe tranquillo. Ma il crocifisso viene considerato come un simbolo della “cristianità” così come storicamente si è sviluppata e suscita allora l’opposizione risentita dei nemici culturali della “cristianità” che sono tanti. In una scuola che intende essere “laica” e quindi non optare per l’una o l’altra visione del mondo, il crocifisso è sentito da alcuni come una forma di scelta ideologica. Capisco abbastanza il problema, ma provo a dire perché, nonostante questo, mi sembra che il crocifisso abbia una valenza positiva importante.

Tra i simboli che contribuiscono ad arricchire il nostro immaginario uno dei più belli e significativi è l’uomo di Leonardo. C’è tutto il rinascimento in quel disegno: l’uomo nella bellezza del suo corpo, nell’armonia delle sue membra, che si iscrive perfettamente dentro un cerchio, simbolo della totalità e della perfezione. Mettetelo accanto al crocifisso e immediatamente salterà agli occhi la somiglianza e la differenza dei due simboli. Somiglianza: sono entrambi la figura umana che ci viene posta di fronte come uno specchio nel quale scoprire noi stessi, la nostra identità e dignità. Ma la figura di Leonardo è quella dell’uomo perfetto, integro, il kalòs ka’gathòs dei greci; il crocifisso è figura di amore, di sofferenza e di peccato, grido di angoscia e speranza di resurrezione. Due concezioni abbastanza diverse dell’uomo: una, quella leonardiana, vede l’uomo nella sua completezza, vincente; l’altra, quella del crocifisso, lo vede nella sua debolezza e nell’ambiguità della sua vita tesa tra il bene e il male, tra la vita e la morte. Credo che ogni umanesimo si ritrovi nell’uomo di Leonardo e, da parte mia, lo percepisco come stupendo. Ma proprio per questo considero una perdita grave l’oscuramento del crocifisso: l’uomo di Leonardo giustifica i perfetti, i vincenti; e gli altri? Non ci rimangono molte chances per difendere l’uomo povero, debole, perdente; ma è possibile costruire una cultura sulla misura dell’uomo forte? È giusto? Il rischio è che il mito dell’uomo vincente prevalga a tutti i livelli e non ci sia più posto, nella società, per i deboli; o, perlomeno, che i deboli vengano considerati zavorra da sopportare. Già stiamo andando a grandi passi in questa direzione; se ci viene meno anche la figura del Figlio di Dio, uomo crocifisso ci troveremo tutti più insicuri. Chi ha la percezione di essere un “povero Cristo” capisce cosa voglio dire. A questo livello non siamo nell’ambito dell’ideologia, ma del riconoscimento del valore di ogni uomo, del vincente, ma anche del perdente.

No a soluzioni assolute

Non ho delle soluzioni assolute. Quello che ho tentato di dire è che forse vale la pena impostare il problema non come una questione di principio da risolvere facendo riferimento ai massimi sistemi (laicità, tolleranza, uguaglianza per tutti eccetera), ma come una questione concreta, empirica, da risolvere facendo riferimento ai dati di fatto, ai vantaggi e agli svantaggi che l’una o l’altra scelta producono. E, probabilmente, la cosa più saggia sarebbe lasciare a coloro che hanno la responsabilità dei singoli luoghi di decidere se esporre o no il crocifisso. Il che dovrebbero fare non secondo i loro gusti personali, ma valutando la posizione delle persone (della maggioranza delle persone) che frequentano quei luoghi, senza animosità. Ma allora bisognerebbe guardare le eventuali decisioni con una certa serenità, non come se si stessero decidendo le sorti dell’Italia. E forse questa serenità è proprio quello che più ci manca.

 

Quei «professionisti» della cattiva laicità
C’è un peccato più grande in quella sentenza dei giudici della Corte europea
di Strasburgo che hanno messo in fuori gioco il crocifi sso. È un peccato di
presunzione l’arrogarsi il diritto di riscrivere la storia e la cultura. Ed è, forse,
l’ultimo anello (davvero l’ultimo?) di quel delirio di onnipotenza che spinge alcuni
uomini e donne che vestono una qualche toga, a ritenersi i detentori di una verità
che contraddice la storia e la cultura, anzi ha la pretesa di riformarle.